venerdì 20 marzo 2009

Just Like a Woman


Oltre che alla vita, sono allergica anche al polline di mimosa: è facile indovinare che l’8 marzo non sia esattamente il mio giorno preferito dell’anno. Anzi, la festa della donna è una di quelle ricorrenze capaci di farmi sbiellare come - e forse di più - di San Valentino, Halloween e la festa del Papà messe insieme. Dico “forse di più,” perché tra le tante immagini evocate da queste festività, quelle collegate con l’8 marzo sono così kitsch da mettermi addosso una tristezza che la metà basterebbe a farmi scolare l’intera confezione di Roipnol:

8marzo

cinquantenni in menopausa che tra i gridolini isterici infilano banconote da cinque euro nei perizomi di ragazzotti di provincia sudaticci e con addosso uno scadente dopobarba al muschio bianco, gruppetti di amiche single che si mettono giù da paura e vanno in discoteca per fare le libertine e scoparsi il primo tamarro che trovano a tiro - tanto saranno troppo sbronze per notarlo e poi si sa, l’alcool è come la notte nera in cui tutte le vacche sono nere, quindi la mattina dopo con quella capacità tutta femminile di raccontarsela, si diranno che alla fine lui non era male, non è durato molto perché era troppo eccitato da lei, non perché voleva soltanto concludere prima che lei si accorgesse dell’errore che stava facendo - quarantenni nevrotiche che dopo il lavoro passano nel localino sotto l’ufficio con le colleghe e come sciacalli da buffet si appostano vicino al bancone tracannando un negroni dopo l’altro sopra la pasticca di Tavor d’ordinanza. Mariti che per l’occasione portano colazione e rosa a letto alla moglie come se fosse malata - cara, oggi stai a letto, penso a tutto io, tu pensa solo a riposarti - e mentre lei sorseggia il caffè sotto il piumone, smessaggiano con l’amante più giovane. Insomma, mi vengono in mente quelle robe così, a metà tra l’Apocalittico, l’Asfittico e l’Agghiacciante, tre “A “che vi fanno perfettamente capire quale sia lo zeitgeist da queste parti.

E vabbè, poi so anche che c’è il rovescio della medaglia, che l’8 marzo è una ricorrenza importante, che dovrebbe far riflettere sul fatto che non dappertutto i diritti delle donne sono riconosciuti, che ricorda episodi tragici del lavoro femminile, come quello della Triangle Company, un’industria tessile di New York in cui morirono più di 100 donne per via di un incendio (cosa che in uno straordinario sincretismo un mio amico una volta associò a Mary Quant e alla minigonna: non c’erano più quelle che lavoravano in quell’industria, ergo meno stoffe, ergo minigonna). Che dovrebbe avere lo scopo di tutto rispetto di palesare al mondo quanto sia bello ma anche incredibilmente faticoso essere una donna, soprattutto se vuoi essere una donna tosta, come G.B., la donna che, con la sua pelle di pesca, le dita nervose e il perenne odore di Allure di Chanel misto all’aroma di tabacco e caffè, insegnandomi a marcare l’ictus sul monologo di Didone, mi insegnò anche che l’essere donna non è fatto di tette, culo e capelli fluenti. Che la femminilità non è questione di “più”, ma di “meno”: meno trucco, meno ammiccamenti, meno chiacchiere, decisamente meno artifici. Che puoi avere i capelli a carciofo o completamente bianchi, essere in sindrome premestruale acuta o avere le caldane da menopausa, portare una prima rinsecchita o una florida quinta, avere un brufolo che spunta improvviso proprio il giorno dell’appuntamento con quel figo che ti fa sbavare da mesi/l’alito non proprio profumato di rosa di prima mattina/qualche peletto impertinente perché magari non hai avuto il tempo di passare a farti una ceretta ma sei ci credi, sei comunque una donna.

Poi farlo credere agli altri è tutto un altro paio di maniche.

In contemporanea con Yes, Darling, Life Sucks dalle 8:08 dell’ 8 marzo.

Vi ricordiamo anche il nostro Speciale donne (e tutti gli altri nostri speciali)

Immagini di d-minutiv e ego[s]

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Sito Originale: www.mentecritica.net

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