Dopo “le esplosizioni estive” con lo sciopero, le manifestazioni in piazza, l’onda studentesca, oggi la scuola è morta, non ancora sotterrata, ma ci manca poco. Non ne parla più nessuno, e tornano a proposito, anzi a fagiolo, i versi di Ugo Foscolo dei “Sepolcri”: “Sol chi non ha eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna”. Si vede che l’eredità d’affetti lasciata dalla scuola è così grande che è potuta morire quasi in allegria. Rimane qualche sussulto, ma è poca cosa. Infatti, di essa è rimasto solo un aspetto, su cui la ministra, gli opinionisti, i pedagogisti, i sociologi, i filosofi, i genitori, i dirigenti scolastici, gli stessi docenti, ecc. discutono: il voto in condotta!
Giacché fa media, ha detto la ministra, come assegnarlo? E giù convegni, tavole rotonde, collegi dei docenti, consigli di circolo e d’istituto, incontro con i genitori in cui si analizzano i pro e i contro. Fa media e bisogna approfondire ogni aspetto, perdinci! Oggi il voto in condotta è la massima preoccupazione di tutti. Fa media!
Si, fa media il voto in condotta, ha detto la ministra, e tutti ad escogitare i criteri per impartirlo nella misura più appropriata. Guai a non assegnarlo: è diventato il toccasana per una valutazione complessiva delle capacità intellettive degli alunni e degli studenti e per le conoscenze acquisite da essi. Il metodo, l’organizzazione, la didattica sono mezzi e strumenti arcaici per valutare seriamente i discenti.
Giustamente chi ha comportamenti non conformi alla scuola non può considerarsi un buon cittadino italiano e il voto in condotta gli dà l’imprimatur: devi emigrare o entri in un manicomio. No, il manicomio no. Non si chiama più così. Adesso è detto “Centro di salute mentale”. Insomma, è il posto in cui si diventa pazzi se già non lo si è. Quindi, il voto in condotta è diventato la strada maestra per “registrare” l’andamento di un sistema scolastico ormai defunto.
Durante le vacanze natalizie ho incontrato alcune colleghe di scuola elementare che insegnano al nord. Mi hanno detto: “Ma perché siete così preoccupati al sud per la riforma della scuola primaria. Non ne vediamo la ragione. Noi al nord non lo siamo per niente”.
“E vi credo”, risposi. “Al nord il tempo pieno è rimasto com’era. Al sud i moduli sono pressoché scomparsi e gli esuberi si fanno sentire”.
Il brutto in tutta questa “sporca faccenda” è che nessuno si è accorto che la riforma della scuola ha colpito ancora una volta il sud. Ora che i nodi sono venuti al pettine perché con i genitori le riunioni non danno i risultati sperati, non sapendo neppure essi cosa fare, forse si sta capendo quanto dura sia stata e sia la batosta per la scuola del sud. Non c’è da sperare neppure nell’onda che sembra essersi calmata. Nei sindacati più che mai. Mentre i politici di destra, di sinistra e di centro non si ricordano neppure se nel sud esiste una scuola.
Una strada c’è: pregare per la buon’anima della scuola che più morta di così non potrebbe essere!
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